E se Internet smettesse di decidere cosa dobbiamo vedere?
Apriamo un social e cominciamo a scorrere. Un video, poi un altro, una fotografia, qualcuno che cucina qualcosa che probabilmente non cucineremo mai, una macchina che non possiamo permetterci, una persona che non abbiamo mai seguito e che improvvisamente sembra essere diventata importantissima nella nostra giornata. Dopo qualche minuto ci accorgiamo che gran parte di quello che abbiamo davanti non l'abbiamo realmente scelto noi.
È semplicemente arrivato.
Ormai ci sembra normalissimo, perché Internet funziona così da abbastanza tempo da averci fatto dimenticare che non è sempre stato così. Dietro quasi ogni grande piattaforma c'è un algoritmo che osserva quello che guardiamo, ciò su cui ci soffermiamo, quello che ignoriamo e quello con cui interagiamo, cercando continuamente di indovinare quale dovrebbe essere la cosa successiva da mostrarci.
E spesso ci riesce anche molto bene. Forse persino troppo.
Negli ultimi giorni il tema è tornato d'attualità dall'altra parte del mondo. In Australia è stata avanzata una proposta per dare agli utenti dei social network maggiore possibilità di scelta sul modo in cui vengono mostrati i contenuti, compresa la possibilità di utilizzare feed meno dipendenti dai sistemi di raccomandazione delle piattaforme.
Al di là di quello che diventerà concretamente la proposta australiana, la cosa interessante è la domanda che porta con sé: quanto scegliamo ancora noi quello che vediamo su Internet?
Il computer ha imparato a conoscerci
Gli algoritmi di raccomandazione non sono necessariamente qualcosa di negativo. Internet contiene una quantità di contenuti talmente enorme che senza qualche sistema capace di ordinarli probabilmente passeremmo metà del nostro tempo a cercare qualcosa di interessante e l'altra metà a lamentarci di non averlo trovato.
Il problema, semmai, è che siamo passati molto rapidamente dal cercare le cose al lasciare che siano le cose a cercare noi.
Guardiamo per qualche secondo un video su un determinato argomento e ne arriva un altro. Poi un altro ancora. Cerchiamo informazioni su un'automobile e improvvisamente sembra che l'intero pianeta abbia deciso di parlare proprio di quell'automobile. Ci soffermiamo su una notizia e nel giro di poco tempo ne compaiono altre che affrontano lo stesso argomento, magari dallo stesso punto di vista.
Non serve neppure cliccare sempre qualcosa. Le piattaforme cercano di comprendere anche ciò che facciamo mentre apparentemente non facciamo nulla: quanto tempo rimaniamo davanti a un contenuto, quali video terminiamo, quali saltiamo immediatamente e quali persone sembrano attirare più spesso la nostra attenzione.
Tutto questo serve a costruire un Internet sempre più personale.
E qui arriva il paradosso: più Internet diventa personale, meno siamo necessariamente noi a scegliere cosa contiene.
Poi entri in chat e succede una cosa stranissima
Se passiamo direttamente da un social moderno a una normale chat IRC, improvvisamente ci troviamo davanti a un meccanismo che oggi può sembrare quasi bizzarro nella sua semplicità.
Qualcuno scrive un messaggio.
E il messaggio compare.
Tutto qui.
Non esiste un algoritmo che decide che il messaggio di Marco merita più visibilità di quello di Luca perché negli ultimi sette giorni ha generato più interazioni. Nessuno nasconde quello che ha scritto una persona perché ritiene che difficilmente ci interesserà. Non esiste una sezione "Per te" della conversazione e, soprattutto, nessuno riorganizza quello che è successo nel canale sulla base di ciò che pensa possa tenerci collegati qualche minuto in più.
Se cinquanta persone stanno parlando, vediamo quello che quelle cinquanta persone stanno dicendo nell'ordine in cui lo stanno dicendo.
Può sembrare una banalità, ma nel 2026 è diventata quasi una caratteristica particolare.
In chat non siamo spettatori davanti a un flusso costruito appositamente per noi. Siamo semplicemente dentro una conversazione insieme agli altri.
Questo non significa che le chat siano migliori dei social
Sarebbe molto facile arrivati a questo punto tirar fuori il solito discorso secondo cui una volta Internet era migliore, IRC era più autentico e gli algoritmi hanno rovinato tutto.
Ma non sarebbe vero, o almeno sarebbe una semplificazione enorme.
Un social network deve gestire una quantità di informazioni incomparabilmente superiore a quella di un canale IRC. Se aprissimo Instagram e vedessimo semplicemente, in ordine cronologico, ogni singola cosa pubblicata da tutte le persone, aziende e pagine con cui siamo entrati in contatto nel corso degli anni, probabilmente dopo dieci minuti cominceremmo a desiderare disperatamente un algoritmo.
I sistemi di raccomandazione ci hanno anche permesso di scoprire musica, persone, argomenti e contenuti che altrimenti non avremmo mai incontrato. A volte basta finire per caso davanti a qualcosa di completamente sconosciuto per scoprire un interesse nuovo.
Non è quindi una battaglia tra un Internet buono e uno cattivo.
È semplicemente interessante accorgersi di quanto siano diventati diversi due modi di stare online che convivono sullo stesso Internet.
In chat non esiste "potrebbe interessarti"
Quando entri in un canale non sai cosa troverai.
Magari stanno parlando di cinema. Cinque minuti dopo qualcuno racconta cosa ha cucinato. Arriva un'altra persona e si comincia a discutere di automobili, poi qualcuno fa una battuta terribile, la conversazione prende una direzione completamente diversa e mezz'ora dopo nessuno ricorda più da dove fosse partita.
Un algoritmo probabilmente considererebbe tutto questo un disastro.
Non c'è una categoria precisa, non esiste un argomento dominante abbastanza a lungo da poter profilare correttamente chi partecipa e soprattutto le persone continuano a cambiare discorso senza preoccuparsi minimamente di aiutare il sistema a capire cosa stia succedendo.
Eppure è proprio così che funzionano normalmente le conversazioni tra esseri umani.
Quando siamo seduti a un tavolo con altre persone non compare qualcuno ogni cinque minuti per sostituire un nostro amico con un altro individuo che, secondo alcuni calcoli, dovrebbe interessarci maggiormente.
Parliamo con chi c'è.
Forse una delle caratteristiche più strane delle chat nel 2026 è proprio questa: continuano a funzionare secondo una logica che appartiene più alle conversazioni che ai contenuti.
Ci siamo abituati molto velocemente
Probabilmente la parte più interessante della discussione nata in Australia non riguarda nemmeno quale pulsante verrà aggiunto o quale tipo di feed potranno scegliere gli utenti.
Riguarda il fatto che stiamo cominciando a chiederci se vogliamo ancora avere la possibilità di scegliere.
Perché nel frattempo ci siamo abituati.
Ci siamo abituati ad aprire un'app senza sapere esattamente cosa vogliamo vedere. Ci siamo abituati al fatto che qualcuno lo decida per noi e siamo diventati talmente bravi a convivere con questo meccanismo che spesso non ci accorgiamo nemmeno che sta funzionando.
Poi entriamo in una chat, scriviamo "ciao" e qualcuno risponde.
Nessuno dei due è stato selezionato per l'altro.
Nessuno ha calcolato la probabilità che quella conversazione generasse abbastanza engagement.
Eravate semplicemente entrambi lì nello stesso momento.
E forse non c'è bisogno di stabilire quale dei due Internet sia migliore. Può bastare ricordarsi che esistono entrambi.
Perché ogni tanto è piacevole anche entrare in un posto senza che nessuno abbia già deciso cosa potrebbe interessarci.